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03.07.18 - Marco Petrocchi – testo per P.02

P.02 - preview02

P.02 – intervento installativo in stampa 3D all’interno del bosco di Fusignano (Ra) realizzato in occasione di Terrena, tracciati di land art in bassa Romagna

P.02

Il bosc, così viene chiamato nel dialetto locale, è il frutto di un rimboschimento elaborato da WWF e Legambiente in cui querce e carpini fanno rivivere il bosco andato distrutto nel corso della seconda guerra mondiale e che nella forma di parco esisteva fin dal XVI secolo. Siamo a Fusignano, tra l’abitato e la zona industriale, in cui alberi zone cespugliose e arbustive sono state impiantate per il rigoglio di un’identità territoriale che la natura dovrebbe richiamare e radicare. Spingendoci al di là delle implicazione idealiste e romantiche rileviamo che ciò che si è realizzato è un interstizio nella realtà, una vera e propria installazione, che mette in crisi il concetto di natura come qualcosa che preesiste e persiste facendone una creazione, il prodotto simbolico in cui storia cultura e flora della propria terra si ravvivano e si coltivano a vicenda. E’ in questa aporia che Enrico Minguzzi a sua volta installa l’opera “P.02”, una prima e molto diversa versione era già stata presentata a Rivarolo, presso Areacreativa42, che si immette nella natura creando un ponte con essa, ma allo stesso tempo sfidandola, mettendo in crisi la sovrapposizione stessa dei concetti di originario e naturale.

Un passo indietro: le forme che vediamo escresce dai tronchi, sospese fra i rami delle chiome degli alberi, sono realizzate attraverso una complessa procedura che si avvale di materiale naturale ma di strumenti tecnologici per elaborarlo. L’artista è partito dalla registrazione dei suoni che all’interno del bosco si producono naturalmente, in condizioni climatiche e temporali diverse, all’alba, al tramonto o nelle successive ora della giornata; quelli vegetali o animali propri del suo isolamento interno, ma anche di tutto ciò che riesce a penetrarlo, i fenomeni atmosferici quanto i rumori provenienti dalla vicina strada e dai caseggiati limitrofi. Insomma, i microfoni di Minguzzi hanno carpito il continuo movimento acustico della realtà boschifera, in una sorta di appropriazione ambientale pre-visiva. L’artista ha selezionato parti delle molte ore memorizzate, privilegiando le alternanze di suoni con contrasti ben udibili, per poi, una volta puliti, affinché fossero più distinguibili, lasciarne la conversione visiva ad un software e la realizzazione materiale all’impersonale braccio della stampante 3D che ha modellato 32 blocchi tridimensionali in PLA, materiale organico biodegradabile, che ricordano vagamente i prospetti geologici. Ogni forma tridimensionale corrisponde a quattro minuti di registrazione. La prassi scelta, con l’uso di strumentazioni digitali, implica una certa distanza tra l’autore e la sua opera. Le forme nascono dall’intimità stessa della natura più che da quella dell’artista, eppure la trascendono, si distanziano anche da essa. I colori usati, viola rosa magenta, sono di forte impatto rapportati ad un contesto che tende al monocromo verde e pongono immediatamente un problema di coesistenza estetica con il paesaggio. Esse sono degli implementi, supplementi virtuali che sovrapponendosi aumentano la realtà stessa che sembrano infettare, che attaccano ma a cui sono sono attaccate, come i parassiti ( non è quella virtuale una dimensione parassita della realtà? ) costituendo per l’avventore che si inoltra nel bosco l’effetto di uno spiazzamento, un disorientamento, lo spaesamento che costituisce una sensazione di irrealtà rispetto al presente attuale, un ritardo della visione: qual’è la realtà che viene prima? L’immagine della natura o ciò che germina su di essa? Queste forme parassite ci pongono di fronte ad una unità, quella della realtà della visione ormai biforcata e da questa problematicità risulta una competizione fra i campi visivi, una frattura nella relazione con il contesto, in questo caso con la natura stessa in quanto oggettiva, e fa dell’opera un esperimento per cui tale complessità va risolta da ognuno soggettivamente. L’Installazione artistica, infatti, è anche uno spazio in cui si mette in discussione l’autonomia estetica dell’opera, poiché ogni avventore vi partecipa con la sua singolarità. L’installazione aspira ad essere più che a dire, è una macchina per significare, la sua vita(lità) sta proprio in questo continuo offrirsi alla significazione piuttosto che offrire un significato.

La biodegradabilità permette di parlare di reversibilità, di circolarità dei fenomeni naturali e delle idee, ma al di là di un facile naturalismo quella in atto è soprattutto un’estetica della sparizione: l’opera non invecchia ma cambia costantemente, ha una propria apparenza negativa che consiste nella sua stessa sfuggenza, ossia nella sua progressiva scomparsa. L’arte instaura una sorta di quarta dimensione, una simultaneità con il contesto che coincide con la sua stessa invisibilità e che è il lato opposto della visibilità irreale dell’opera. La dileguazione di queste forme parassite sancisce il loro ritorno all’atmosfera acustico ambientale, pre-visiva , da cui provengono. Nella loro massa pulsa il vuoto, ferve quel nulla a cui sono state destinate. Esse sono tutte nella contraddizione di una creazione priva del gesto dell’artista, creazione che si nega poiché nel momento in cui si dà prevede una demoltiplicazione, distilla la propria dissolvenza. La negazione di sé è il motore di questo lavoro, il suo principio animatore. Esso verrà a mancare: la degradibilità è quella di tutto ciò che è esposto, che concedendosi allo sguardo si consuma, ma che attraverso il consumo di sé sfugge lo sguardo. Questa continuata sparizione non è soltanto il lavoro del

negativo, è anche e soprattutto il movimento incessante dell’opera, il suo essere invio, destinamento, che costituisce il cuore della poetica di Enrico Minguzzi.

Tutto è giocato sul registro dell’ambiguità: la natura addomesticata dall’uomo, la materia organica che tende al nulla ma creata dal “nulla” da una macchina, la stampante 3D; i colori scioccanti ma capaci di giocare naturalmente con le luci e le ombre del contesto in cui si trovano ( il magenta, ad esempio, è un colore complementare del verde che luce verde assorbe ). Ambiguità non come incertezza, sospensione tra due mondi, quello artificiale e quello naturale, ma come apertura prolifica di senso, come squarcio in cui allo stesso tempo si espone e si mette in crisi il concetto stesso di origine, la sua naturalità.

Natura ed arte sono percepite entrambe come forze creatrici. Nel sentimento della natura è implicata l’idea di qualcosa di originario e anteriore, una percezione dell’essere per com’è, intatto, integro, primario ( << è la mia natura>> diciamo intendendo qualcosa di fondativo e immutabile ). La natura come un dentro, come ciò che ci crea precedendoci nella sua perenne priorità. A lei associamo una sorta di nudità dell’essere che si offre originario. E’ qui che l’intervento artistico di Minguzzi si inserisce ( letteralmente visto che parliamo di un’installazione ) ossia nella produzione stessa dell’origine attraverso la creatività – in questo caso attraverso masse modellate, la loro disposizione atmosferica e la reattività delle relative colorazioni – perché l’arte fa questo, origina un mondo ed è il mondo attraverso cui l’artista si origina, nel far ciò sfidando la natura, facendosi natura a sua volta. Arte e natura quindi non in un rapporto mimetico in cui si fissano reciprocamente e si specchiano, ma in una sorta di contrasto, di competizione che genera un disequilibrio che è un accesso all’origine, l’apertura per cui l’Essere si libera e si precipita rendendo evidente che esso è il fenomeno del suo stesso movimento, della sua stessa circolazione.

Marco Petrocchi

P.02 è stata realizzata grazie al prezioso supporto di Thomas Pilani e MAGMA, con il contributo di WASP e dell’ Unione dei Comuni della Bassa Romagna, patrocinato dalla Regione Emilia Romagna ed il Comune di Fusignano

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Inaugurazione sabato 7 luglio 2018 ore 18:30 – accesso consigliato da Viale Romagna, Fusignano (Ra). A seguito la serata proseguirà a cura di MAGMA / Terrena open air party

Nella serata inaugurale sarà allestita un’illuminazione di luci cangianti curata da Daniele Torcellini.

Visitabile tutti i giorni della settimana dall’alba al tramonto.

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